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Giovedì, 11 Ottobre 2012 08:42

Il Curlo

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Di legno, conico, grande meno di un pugno, da noi è detto curie, spentone compreso, il perno, gra­zie al quale era destinato a prilla­re e che un fabbro indulgente ci ap­prontava con pochi soldi ricavan­dolo da una lima consunta; e pote­va essere in tre modi, lana, penna e trabete, quanto dire leggerissi­mo, leggero e trepido nel senso que­st’ultimo dell’etimo latino trepi- dus, agitato, inquieto, affaccenda­to/precipitoso.

 

L’ideale e il più era il lana, del penna ci si poteva accontentare, non così dell’ultimo, deprecabile, una disgrazia. Tutto dipendeva dalla qualità dello spentone e da co­me lo si ‘nzaccava (conficcava) nel curie.

 

Per ottenere un curie lana il per­no voleva essere fatto ad arte e messo al suo posto a dovere, giusto e perpendicolare nel vertice.

 

A quest’ultimo scopo soccorreva­no le “zeppe”, di frammenti di fu­scello, sterpo, carta, ma special- mente di pizzichi di “materiale” che, biondo scuro, umidiccio e più trattabile perla sua morbidezza, a- veva per giunta il potere, così si di­ceva, di garantirti il non plus ultra del giocattolo.

 

Non -si- esitava a raccoglierne né si durava fatica a trovarne.

 Lana, penna e trabete.

Com’erano precisamente e come si comportavano, a cominciare dal­l’ultimo per venire a ritroso al pri­mo e più ambito.

 

Il trabete, detto subito, faceva spettacolo. Scagliatolo al suolo, fa­cendone sgomitolare con uno strappo la zaiagghia, ossia la cor­dicella con cui lo si era avvolto strettamente a cominciare dal per­no, esso si metteva a scorrazzare prillando malfermo, a saltelli e con rumore, scalciando brecciolino e granelli di terra.

 

Strafaceva, avresti detto,non sa­pendo “lui” stesso dove volesse an­dare (“lui”, che dava l’impressione di un ragazzotto che si fosse fatto largo per mostrare com’era bravo), e bruciava così le proprie energie.

 

Prillava, correva qua e là, e face­va r-r-r, rurava,sul terreno piano, pesto e compresso, e non durava. Rallentando la corsa disordjnata, di lì a non molto, difatti, era esau­sto, vacillava ebbro e crollava, fi­nendo rotoloni per terra. Esanime. E non bastava al piccolo proprieta­rio la delusione, aggiungendosi a questa le risate e i commenti dei compagni, senza tuttavia che l’u­miliato se la prendesse col “mate­riale”, nel cui potere di favorire un comportamento più dignitoso del giocattolo si credeva, a dir vero, per meno innato amore del fingere e del fantasticare, come alle storie di Mamurco, delle paure e dello scaz- zamuredde.

Non tale da appagare del tutto ma accettabile era invece il com­portamento 

 

 

 

Letto 8642 volte Ultima modifica il Lunedì, 01 Settembre 2014 16:05
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